LI’ DOVE TI TROVI di Salvatore Danilo D’Alessandro
Qualche tempo fa una mia cliente che aveva sofferto di attacchi di panico (ADP) mi chiese se poteva dare il mio numero di telefono ad una sua parente, perchè presentava una situazione problematica simile alla sua. Nella breve descrizione che Giovanna mi offriva, descrivendo lo stato di Eleonora, vi erano alcuni elementi importanti da tenere in considerazione: a) non riusciva ad uscire, aveva paura che le capitasse qualcosa. Per questo motivo non aveva mai varcato la porta di casa per raggiungere un medico, tranne nei casi in cui le era capitato un ADP ingestibile. Il solo pensare ad un ipotetico viaggio la metteva in uno stato di agitazione. b) Aveva paura a rivolgersi ad uno psicologo, ancor meno ad uno psichiatra, perchè visto come medico dei pazzi. c) Una precedente esperienza con un neurologo l’aveva impaurita perchè, senza neppure ascoltare la sua storia e suoi problemi, l’aveva etichettata come fortemente stressata e bisognosa di un immediato supporto farmacologico. Non appena aveva cominciato la cura notava uno stato di alterazione che la faceva andare in agitazione. d) Era sfiduciata e non trovava una via d’uscita.
Dissi a Giovanna di farmi contattare personalmente da Eleonora, affinchè fosse lei a decidere nel determinare l’inizio della relazione di aiuto. E così fu, di lì a qualche giorno Giovanna mi chiamo. Le dissi che non era il caso di parlare diffusamente per telefono ma che un primo incontro mi avrebbe consentito di inquadrare meglio la situazione e determinare il tipo di percorso necessario alla risoluzione della situazione di disagio che stava vivendo.
Subito Giovanna si mostrava resistente all’idea di raggiungermi a studio. Tra l’altro la distanza notevole (circa 170 Km) ed un viaggio in macchina le sarebbe stato difficile da affrontare. Così concordammo che sarei andato io personalmente a casa. A motivo di ciò, la parcella sarebbe stata molto onerosa per via del rimborso viaggio. Informai la cliente dei suoi diritti, del fatto che il counseling non è psicoterapia e che nel caso in cui si evidenziasse una patologia l’avrei rinviata ad un professionista di competenza. Finita la fase di pre-contatto restammo d’accordo sulla mia visita a casa.
Il giorno prestabilito mi misi in viaggio, alzandomi molto presto, e mentre guidavo sulla Salerno-Reggio Calabria, tra sensi alternati e lavori in corso, pensavo ad un nome da dare a questo intervento e subito mi venne in mente l’immagine del paralitico del Vangelo, che fu calato dal tettuccio scoperchiato della casa in cui si trovava Gesù. Qui la metafora era al contrario, ero io che entravo in un tessuto familiare e al posto di scoperchiare il tetto, mi veniva aperta la porta perchè potessi entrare. Così ho “battezzato” questo tipo di counseling chiamandolo “contestuale”. Offerto in un contesto specifico, con un setting particolare e con luogo non definito e attrezzato all’ascolto, ma tutto da scoprire e da rendere funzionale ad un ascolto attivo.
Counseling contestuale, mi andavo ripetendo. Il sostegno e il counseling offerto nel contesto di appartenenza. Pensavo ai vantaggi e agli svantaggi. Immaginavo un focus group su punti di forza e punti di debolezza di questa situazione del tutto particolare e me ne uscii da questa riflessione con diversi punti di forza. L’esperienza, la pratica professionale, l’adattabilità mi avrebbero consentito di superare i punti di debolezza, salvo variabili impreviste.
continua….



don danilo d’alessandro,il mio silenzio non è stato casuale mi serviva per riflettere,anche se più rifletto più a volte mi sembra che non si sia mosso nulla che rabbia,non voglio delegare al tempo i miei problemi,legati al conflitto on mia figlia..o forse sono solamente legati alla mia esagerata apprensione,o sfiducia.Come capire tutto questo?…per fortuna ho imparato a chiedere aiuto…e questo aiuto lo vorrei avere date.non mi sembra una richiesta assurda…so che mi dara i consigli giusti,perchè mi sento come una pecorella smarrita…e tu sei il buon pastore….un caro saluto isabella.